Fermiamoci un momento a riflettere: cosa c’entra l’etica con l’Informatica? A mio avviso sono due cose che dovrebbero essere legate tra loro, ma non è più così, o almeno quasi mai.
E la cosa ci riguarda tutti, e parecchio!
Difficoltà: facile.
Cose da sapere prima: avere usato internet almeno una volta!
Non so se anche tu eri in vita prima dell’avvento dei computer e di Internet nelle case di tutti noi. Io c’ero, e ricordo chiaramente che nei primi anni ottanta i computer ce li avevamo in pochissimi.
Per me che ero un bambino allora, il “personal computer” (abbreviato: PC) era un oggetto che si collegava alla televisione, e che i miei fratelli più grandi avevano il privilegio di potere usare per giocare. Quei videogiochi catturavano la mia attenzione di bambino, ma al di fuori di quei momenti i computer restavano qualcosa di lontano, che non serviva davvero nella vita di tutti i giorni.
Di fatto, i computer non erano nelle nostre vite private.
Più tardi, alle scuole superiori, mi insegnarono ad utilizzare alcuni programmi che poi avrei usato quando, mi dicevano, sarei entrato nel mondo del lavoro qualche anno dopo. E quanto avevano ragione i miei insegnanti!
E’ stato solo alla fine degli anni ’90 che è arrivata la vera rivoluzione: con una cifra tutto sommato accessibile, potevi avere in casa una cosa chiamata internet: una rete formata da computer che si “parlavano” tra di loro in tutto il mondo, e il tuo computer poteva entrare a farne parte usando semplicemente la linea telefonica che avevi già in casa.
Era un momento magico: i primi di noi che ne avevano la possibilità cominciavano ad usare i servizi on line per i motivi più disparati: fare ricerche, trovare informazioni sui negozi, cercare numeri di telefono e persino scrivere messaggi agli amici collegati alla rete, con una cosa nuova che si chiamava (e si chiama ancora) e-mail, abbreviazione inglese di electronic mail, cioè la “posta elettronica”.
Tutto questo consentiva ad alcune aziende di guadagnare, ad altre di presentare i primi siti web semplici che ti davano informazioni su di esse. Era come una specie di grande centro commerciale, dove potevi affacciarti e vedere quali aziende c’erano e cosa avevano da offrire, ma allo stesso tempo trovavi siti di Università, ricerche scientifiche, siti che ti raccontavano la Storia o i posti lontani, eccetera.
In quel periodo sono nati i primi motori di ricerca, ossia siti che…ti aiutavano a trovare altri siti. Mi ricordo motiri che ora non esistono più, come segugio.it o altavista.com, solo per citarne due.
Questo servizio era fondamentale, perché in quegli anni era già impossibile avere un catalogo di tutto quello che c’era su internet: cerano gia troppe pagine per ricordarle o raccoglierle tutte. In fondo, bastava chiederlo al motore e lui te le trovava.
La rete era lì, pronta, sempre disponibile, e potevi usarla per fare cose e scambiare cose (documenti, messaggi). Era un aiuto importante per il lavoro ma anche per la vita privata, che continuava indisturbata con le attività di sempre. La vita era altro rispetto alla rete, anche se già c’erano persone che la usavano molto.
Le cose, secondo me, si sono rovinate poco dopo, quando i colossi dell’informatica hanno fiutato un grande affare, e più o meno nello stesso momento sono arrivati gli smartphone nelle nostre tasche (tu guarda alle volte il caso).
Ricapitoliamo velocemente: negli articoli precedenti abbiamo fatto molta pratica. Abbiamo visto come i nostri dati finiscono nei server di tutto il mondo grazie ai cookie, e abbiamo scoperto che basta installare un browser diverso (come Firefox) e un’estensione (come uBlock Origin) per difendere gran parte della nostra privacy.
Mentre facevamo queste considerazioni operazioni ti sarà sorta una domanda spontanea: “Ma perché devo difendermi? Quand’è che tutto è diventato così ostile e complicato?”
Io trovo che il modo di fare affari che usano le aziende tecnologiche di oggi non sia minimamente etico. Etico sarebbe l’uso di uno strumento per il bene comune, ma vedremo che non è così. Anzi!
Oggi utilizziamo servizi in rete che sono gratuiti, ma questo non significa che non ci sia un prezzo da pagare.
Pensiamo un attimo all’economia: funziona da sempre allo stesso modo. C’è un prodotto/servizio, c’è chi lo compra, c’è chi lo vende e ci guadagna.
Nell’economia della rete e della tecnologia, per ciò che è diventata nel 2026, il funzionamento è altrettanto semplice ma occorre capire bene chi riveste la parte di produttore, venditore e prodotto.
Se usi siti web o social network, probabilmente lo avrai fatto senza porti troppe domande: hai un servizio che usi senza pagare nulla, e in cambio la piattaforma ti chiede solo di guardare della pubblicità. Questo è un modo di vedere le cose, ed è corretto per quanto riguarda i siti web di notizie, i quelli dove vediamo le precisioni meteo.
Ma se parliamo di social network (reti sociali) come Facebook, X (ex Twitter), Youtube o Tiktok, è un po’ peggio di così: loro lasciano che tu li usi gratuitamente perché tu non sei solo un iscritto al social network o un fruitore dei contenuti; in queste piattaforme tu sei il prodotto da vendere.
Lo scopo della piattaforma è guadagnare (d’altra parte, si tratta pur sempre di un’azienda, non di un’organizzazione umanitaria).
Il cliente della piattaforma non sei tu, bensì le aziende che hanno bisogno di vendere pubblicità dei loro prodotti o servizi. Loro comprano da Facebook e dagli altri un prodotto prezioso: tu, la tua attenzione, i tuoi bisogni e i tuoi desideri, messi in vendita dalla piattaforma che li ha raccolti a partire dal tuo computer, da te, dalle tue abitudini, e anche dal tuo smartphone.
Ma come fanno Facebook e gli altri a conoscerti così bene? Come fanno a sapere tutto di te? Il meccanismo è simile a quello dei cookie di cui abbiamo già parlato, ma in questo caso è ancora più fine e più subdolo, e se vogliamo è ancora più semplice.
Sei tu stesso che, restando sulla piattaforma, le fai sapere cosa ti piace.
Glielo dici ogni volta che metti “mi piace” su un post o in una pubblicità, oppure quando, scorrendo verso il basso, ti fermi a leggere un post. Perché ti sei fermato proprio su quell’articolo? Per la piattaforma non è un caso: significa che quel qualcosa incontra i tuoi interessi.
Stai dicendo a Facebook che ti interessa qualcosa (oppure no) ogni volta che apri o non apri una delle pubblicità che ti mostra, ma anche un link o una fotografia che un tuo amico ha pubblicato, e sotto la quale magari hai lasciato un commento.
Un’altra cosa incredibile che le applicazioni come Facebook possono fare è quella di andare a rovistare tra i tuoi contatti, i numeri di telefono che hai memorizzato sul tuo telefonino, e portarli nei server della piattaforma. Lì, i numeri verranno confrontati con quelli degli altri iscritti ai quali Facebook ha fatto la stessa cosa. Se tu hai il numero del tuo amico e lui ha il tuo, ecco che tra gli amici suggeriti avrai quella persona. Bello, eh?
Già, peccato che così il numero di telefono tuo e del tuo amico siano finiti da qualche parte negli Stati Uniti, dove alcuni malintenzionati magari prima o poi riusciranno a prenderli da quei server, rubarli, e poi rivenderli ai call center che ti chiamano continuamente (non lo dico tanto per dire, è successo).
Ma torniamo un attimo al passato, nei primi anni 2000 era già chiaro le cose stessero cambiando rapidamente. Nelle aziende era arrivata la posta elettronica per tutti, e anche la maggior parte dei privati aveva almeno una casella email, visto che era possibile averla gratuitamente con servizi come kataweb o libero.it
Fino a quel momento gli utenti usavano la rete ma, poco dopo, aziende come Facebook (che stava nascendo) e Google hanno stravolto il concetto di cosa fosse internet, anche grazie alla loro popolarità e all’avvento dei telefoni intelligenti che tutti abbiamo in tasca (gli smartphone), ed è qui che l’etica digitale diventa particolarmente importante.
Queste aziende – e altre – hanno iniziato ad usare le persone per guadagnare, e fin qui, dirai tu, niente di strano: lo fa qualsiasi azienda, e in consumatori ottengono in cambio un prodotto o un servizio. Ma qui c’è di più. Facebook e le altre lo fanno dando ai l’impressione agli utenti di non essere sfruttati. Anzi, cercano di tenere ben lontano da te questo pensiero.
Ne parleremo in dettaglio più avanti, ma per ora prendi questa frase come un dato di fatto: le enormi aziende che oggi sono dietro le tecnologie che usiamo sfruttano persone comuni come me e te per i loro guadagni, senza che esistano leggi che possano impedirlo.
Bada bene che non sto dicendo che le aziende siano “i cattivi”. Le aziende sono aziende, e fanno quello che le aziende devono fare; il problema è non porre loro alcun limite serio.
E’ vero, noi utenti possiamo usufruire di servizi on line grazie a loro, ma siamo sicuri che il servizio offerto sia davvero così importante o fondamentale in relazione al prezzo che paghiamo con i nostri dati?
Si dice spesso che “la tecnologia è neutra” e che tutto dipende da come la si usa. Io non sono d’accordo. La tecnologia non è mai neutra: fa (quasi) sempre gli interessi di chi l’ha progettata.
Nel 2026 le piattaforme hanno degli automatismi (che si chiamano algoritmi) che fanno caso a tutto ciò che fai: con chi interagisci, cosa vi dite, a quanti e quali commenti rispondi.
Dopo di che, l’algoritmo fa quello per cui è stato progettato: deve tenerti sulla piattaforma il più possibile, perché solo in quel modo la piattaforma imparerà a conoscerti e ti proporrà sempre più pubblicità. Se tu non ti fermassi a lungo su Facebook, Tiktok, eccetera, queste piattaforme non potrebbero mostrarti la pubblicità, che è ciò per cui vengono pagate.
L’algoritmo, allora, diventa proattivo: per catturare la tua attenzione e trattenerti sul social network, inizierà a proporti cose che ti piacciono particolarmente, da cui non riuscirai più a staccarti. Ti provocherà una specie di dipendenza. Se usi un qualunque social tra i più diffusi, pensaci e bene e dimmi se ho ragione. Non ha questa sensazione di non riuscire a staccarti? La conosco bene, perché per me è molto chiara.
Ma c’è di peggio.
Se utilizzi questo tipo di reti sociali, forse sarà capitato anche a te di chiederti: ma come mai vedo proprio queste cose? Possibile che qui sia pieno di idioti? Che sia pieno attaccabrighe che vogliono solo litigare e basta? E dove sono nel mondo reale?
Questa ovviamente – e per fortuna – e solo una sensazione, ma non è un caso che tu veda quelle cose, che tu veda proprio quel tipo di contenuti. Sono i contenuti che ti irritano di più, con cui è più facile che tu interagisca: che questo avvenga perché ti arrabbi o perché vedi cose belle alla piattaforma non interessa. Anzi, quello che le interessa – perché la fa guadagnare – è mostrarti post che ti irritano. Farti restare sulla piattaforma, con qualunque mezzo possibile: Ti mostra i commenti delle persone che puoi trovare più irritanti per te, e guarda caso verranno sempre mostrati per primi (Facebook li chiama “più pertinenti”).
Prova a farci caso e dimmi se non è così.
Se un’applicazione, un sito o un social network è costruito da un’azienda che guadagna vendendo pubblicità e dati personali, quel programma farà di tutto per fare gli interessi di quell’azienda. Sarà progettato per catturare la tua attenzione in modo aggressivo, per tenerti incollato allo schermo il più a lungo possibile, e magari nasconderà il tasto per rifiutare il tracciamento dietro un colore grigio sbiadito (ti ricorda qualcosa?).
Dai social che conosciamo tutti è difficile staccarsi, perché sono progettati per una sola cosa: tenerti lì. E anche quando riesci a staccarti, se ne esce spesso distrutti.
Questo è uno dei motivi forti per cui ho voluto creare questo blog. Portarti una voce – forse – per te nuova, che ti mostri che esiste un altro web: un angolo di quiete, che parte da qui, da questo blog.
Tutto ciò che ti ho raccontato è legale, ma non è etico.
Per concludere cos’è, dunque, l’etica digitale?
Per me, un software è etico quando ti tratta come una persona, e non come una miniera da cui estrarre valore. Un programma etico rispetta il tuo tempo, e pone al centro l’utente, tu. Un software etico non vende i tuoi dati per sopravvivere e non ti spinge all’utilizzo compulsivo. Non ti bombarda di notifiche progettate per distrarti, e non ti abitua a sentirti felice quando quello che pubblichi ottiene tanti “mi piace”.
Un software etico rispetta la tua concentrazione, offrendoti un ambiente pulito e silenzioso, non caotico. E, soprattutto, rispetta i tuoi confini e la tua privacy, senza spiarti di nascosto per vendere il tuo “gemello digitale” al miglior offerente.
Se il mondo digitale di oggi ti sembra troppo rumoroso e invadente, è proprio perché il modello di business che ci gira intorno è tutto fuorché etico.
Potrebbe sembrarti un discorso strano il mio, ma non sono l’unico che vede e denuncia queste cose. Io non mi rassegno a tutto questo: riconoscere il problema è il primo passo per uscirne.
Di fronte a comportamenti come questi, non siamo impotenti. Possiamo fare molto, ma dipende da quanto siamo consapevoli della portata dei problemi che ho descritto, e quanto vogliamo davvero risolverli.
Esiste un’alternativa meravigliosa a tutto questo: ci sono migliaia di persone nel mondo che rifiutano questo modello commerciale di sfruttamento, e costruiscono programmi seguendo esattamente i principi etici di cui ti ho appena parlato. Ricordi Firefox e uBlock Origin, i programmi che ti ho suggerito nello scorso articolo? Loro fanno parte proprio di questo mondo diverso.
Ma come fanno a esistere programmi del genere? Chi li paga? E soprattutto, come facciamo a fidarci di loro e ad avere la certezza matematica che non ci stiano anche loro ingannando di nascosto?
La risposta sta in un modo completamente diverso di concepire e scrivere il software, un metodo basato sulla trasparenza totale, di cui parlerò nel prossimo articolo.
Questo articolo è molto importante e denso di contenuti. Se per te questi concetti sono del tutto nuovi, prenditi del tempo per rileggerlo e comincia a fare caso tu stesso, se sei su Facebook o su un’altra piattaforma, se noti le cose di cui ti ho parlato.
Nel frattempo, fammi sapere nei commenti se tutto quanto ho scritto di sembra chiaro. Se c’è qualcosa che non lo è, scrivimi un commento qui sotto e cercherò di spiegarmi meglio.
A presto!
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