I server e i biscotti: dove vanno davvero a finire i tuoi dati


In questo articolo voglio farti capire dove vanno a finire i dati su di te che le aziende raccolgono senza che tu te ne renda conto.
Difficoltà: facile


Nell’articolo precedente dicevamo che, ogni volta che navighi online o usi un qualsiasi servizio in rete, qualcuno raccoglie dati su di te. Ho anche accennato al perché questo avvenga, ma non abbiamo ancora chiarito dove vanno a finire fisicamente questi dati.

So che in questo momento potrebbe non sembrare chiaro perché è importante parlarne, ma ti chiedo un pizzico di fiducia: lo è.

Per capire dove vengono raccolti i tuoi dati, bisogna che ti spieghi cos’è un server.

Probabilmente questa parola non ti è nuova, ma continua a leggere e sono certo che scoprirai qualcosa di nuovo.

Un server non è altro che un computer che offre un servizio.

Però è un po’ diverso dal computer che hai in casa. Per cominciare, ha una forma differente. Solitamente i server sono disposti in orizzontale all’interno di armadi di ferro che li sostengono, e posizionati uno sopra l’altro. Un armadio può contenerne anche 10, o, se i server sono molto sottili, anche di più.

Ognuno di essi ha uno o più compiti: per semplificare, immagina che un server potrebbe consentirti di consultare un sito web che si trova al suo interno, o potrebbe farti acquistare un biglietto del cinema, o potrebbe metterti in comunicazione con un tuo amico su Whatsapp. Ognuno ha un compito diverso, ma sempre di server e servizi si tratta.

Dove sono questi server? Si trovano all’interno degli edifici delle aziende che offrono i servizi, in apposite stanze raffreddate, chiamate “Data Center”.
Ad esempio, i server della ASL della tua zona si troveranno presso l’ospedale o negli edifici della ASL. Alcuni di questi server offriranno servizi solo ai dipendenti di quell’azienda, ma per semplicità immaginiamo solo i servizi che riguardano te, ossia una persona esterna all’organizzazione che utilizza i servizi di quell’azienda o ente.

Finora niente di complicato, giusto? Ma ora viene il bello.

Tutti i dati che le aziende raccolgono su di te (e qui escludiamo gli enti pubblici) vengono probabilmente venduti ad altre aziende, e quindi sparsi potenzialmente per tutto il globo.

Quando navighi su un sito ad esempio, in una frazione di secondo il sito “ricorda” quali sono le tue preferenze in base ai dati che ha raccolto la volta prima che l’hai visitato (o in base ai siti che hai visitato prima), e invia il tuo profilo (il gemello digitale di cui parlavamo) ai server di aziende che si occupano di promuovere annunci pubblicitari.
Istantaneamente e in maniera automatizzata, parte un’asta: chi offre di più per mostrare un certo annuncio a questo utente (tu) che può essere interessato ad un certo prodotto?
Chi offre di più, vince.

Gli annunci che vedrai sulla pagina web che apri sono quelli del migliore offerente all’asta in cui la tua attenzione è stata appena messa in vendita. I tuoi dati sono stati inviati ai server di tutti i partecipanti all’asta, anche di quelli che non hanno vinto l’asta, quindi ora sono in tantissimi server.

E, tra l’altro, nemmeno sai dove si trovano: i tuoi dati sono da qualche parte nel mondo, e non ne hai più il controllo.

Non allarmarti più del dovuto: su quei dati non c’è scritto il tuo nome e cognome, ma quello sei tu, senza dubbio.

Com’è possibile che tutto questo avvenga? Grazie ai biscotti, ma non quelli che mangiamo a colazione. Qui sto parlando dei cookies (= biscotti, in inglese), che sono semplicemente dei file che si trovano nel tuo computer o nel tuo telefono. I cookies contengono informazioni su di te: quanto ti sei fermato su un sito, se hai acquistato qualcosa, le ricerche che hai fatto.

Vengono creati ogni volta che visiti un sito web, ed è proprio il sito web che visiti che li crea. Oppure, se hai già visitato molti siti, il sito che stai visitando in questo momento può semplicemente leggerli e trarre le sue conclusioni.

Ad esempio:
– hai visitato il sito dell’ente del turismo della Spagna
– vai su Google e cerchi “viaggi”
– Google leggerà i cookies sul tuo computer, e i primi risultati saranno certamente relativi a dei viaggi in Spagna.

Tutti questi scambi tra il tuo dispositivo e i siti web che visiti, oppure tra server che ospitano i siti e i venditori di pubblicità online avvengono in pochi istanti.

Le macchine che stanno dentro gli armadi dei data center di cui ti parlavo nascono in gran parte con questo scopo: scambiare dati su di noi, affinché le aziende possano utilizzarli per i loro annunci pubblicitari (nella migliore delle ipotesi).

Chi permette loro di agire così? C’è qualcosa che possiamo fare per impedire loro che raccolgano i nostri dati?

La risposta è sì, possiamo fare qualcosa.

Nel prossimo articolo vedremo cosa si può fare concretamente per limitare la raccolta dati su di noi.

Nel frattempo, fammi sapere con un commento qui sotto se l’articolo è stato abbastanza chiaro, o se hai qualche dubbio su quanto ho esposto qui. A presto!


#Server #Cookie #DataCenter #PubblicitàOnline





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